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SANGUE MIO



Romanzo
I Narratori, Feltrinelli, 2010
192 pagine

 

“E tutto è di nuovo come prima.
Allora si alza, mi tende la mano e mi dice:
‘Torniamo a casa, Gretel '.
E io lo seguo.
Seguo Ulisse Bernardini, mio padre, sangue mio.”

 

Mancano pochi giorni alla fine della pena per rapina a mano armata e omicidio, quando Ulisse Bernardini riceve una lettera; è di sua figlia Gretel, una ragazza di vent'anni che non ha mai conosciuto e che ora gli chiede di poterlo andare a trovare in carcere. Ulisse è stato un bandito, un rapinatore di banche, affascinante, intelligente, amante della bella vita, ma adesso non vede alcun futuro davanti a sé. Padre e figlia si incontrano. C'è dell'imbarazzo. C'è dell'emozione. Lei rompe il ghiaccio e invita il padre a un viaggio verso Sud. A bordo di una Panda, lungo le strade che tagliano l'Italia in verticale, i due imparano faticosamente a conoscersi finché Gretel mette Ulisse davanti a un dilemma atroce.

Davide Ferrario ha scritto con questo Sangue mio una storia straordinaria, per lievità e leggerezza, anche quando appare nella sua esteriore durezza: nessuna impennata inventiva di linguaggio, ma un adagio che accompagna dolcemente il lettore. (Giorgio De Rienzo, Corriere della Sera)

(…) e di belle scene ce ne sono tante in questo libro, ben costruite e ben montate, proprio come fossero momenti di una sceneggiatura perfetta. (Marco Lodoli, La Repubblica)

Ulisse e Gretel, le loro storie, la loro storia, vanno diretti al cuore di chi legge. E lì restano come capita ai grandi personaggi destinati a vivere ben oltre le pagine in cui sono nati. (Pietro Cheli, Gioia)

Davide Ferrario: intervista su Sangue mio

La scrittura e il cinema
Da uno che fa cinema ci si aspetta forse che i romanzi che scrive assomiglino un po' ai film che fa. Nel caso di Sangue mio non è così, nonostante ci sia in comune con l'ultimo mio film, Tutta colpa di giuda" , l'ambientazione carceraria. Ma il romanzo è un'altra forma di esprimere le cose che ho in testa, un'altra forma di esprimere un mio senso della vita.
Scrivere un romanzo, poi, è un'esperienza molto più privata e personale che non fare un film. Fare un film implica collaborazioni, scelte e compromessi – che non è necessariamente un fatto negativo. Con il un romanzo invece sei solo ed è stata per me un'esperienza nuova, nonostante ne abbia scritto uno sedici anni fa, perché scrivere un nuovo romanzo è un po' un ricominciare daccapo.
Ci si potrebbe chiedere perché sono passati così tanti anni per scriverne un secondo. Non c'è un motivo particolare, se non che ho lavorato molto nel cinema e questo ha “consumato” il tempo e la possibilità di dire certe cose.

La storia
Molti anni fa incontrai Andrei Vaijda, il grande regista polacco, e in una conversazione a tavola mi disse che per narrare una storia occorre almeno uno di questi due elementi fondamentali: una storia d'amore, o comunque di relazioni, o una ricerca di qualche cosa. Spesso le due cose coincidono. Credo che anche Sangue mio si ispiri a questa regola aurea poiché racconta una storia di relazioni – tra un padre e una figlia che non si sono praticamente mai conosciuti - e una ricerca, che è poi la ricerca di se stessi attraverso un viaggio nel quale questi due personaggi che non si sono mai confrontati prima, cominciano a guardarsi, ad annusarsi e a conoscersi pian piano.
E veniamo alla vicenda: Sangue mio e la storia di una relazione di sangue tra un padre e una figlia che, come ho detto, non si sono mai conosciuti prima dell'inizio del racconto. Il padre è un personaggio molto particolare. È un rapinatore che ha avuto il suo momento di gloria negli anni settanta, dopo di che ha subito una lunga carcerazione e adesso sta per uscire dopo 18 anni di galera. È un uomo che ha un forte senso della vita ma è molto spento – perché la galera spezza le gambe a chiunque. sta per uscire ma non pensa alla libertà o al modo in cui può riconquistarsi l'esistenza. Pensa solo di sparire. E invece si fa viva questa figlia mai conosciuta. Anche la figlia sa dell'esistenza del padre ma, fino ad ora, non ha mai avuto ragione di cercarlo. Adesso una ragione ce l'ha – quale sia lo scoprirà il lettore – ed è molto forte, tant'è che si decide ad andare a trovare il padre in galera e a proporgli un viaggio da Torino, dove la storia è ambientata, fino al Sud dell'Italia, in un luogo molto specifico. E questo viaggio ovviamente è il luogo nel quale i due cominciano a conoscersi.

Padre e figlia
Se mi proponessero come regista un soggetto basato su un rapporto padre-figlia, mi verrebbe subito il sospetto del patetismo. Il racconto di una storia incentrata su di un padre e una figlia che non si sono mai visti ha certamente un forte risvolto sentimentale. Ma c'è modo e modo di raccontare i sentimenti. La mia idea di sentimento è molto influenzata dalla mia esperienza di vita è a molto a che fare con la necessità che la gente ha di amarsi, di volersi bene e soprattutto colla necessita che la gente ha di appartenere a qualche cosa. Questo senso dell'appartenere può avere degli esiti molto strani: certe volte basta sentire di appartenere a qualcuno per darsi un'identità.
Per quanto riguarda Gretel e di Ulisse, i due protagonisti di Sangue mio , credo che loro facciano un viaggio all'inferno e ritorno per ritrovarsi davvero. Ognuno di loro ha un suo inferno privato dal quale ha imparato il senso della vita. Il loro ritrovarsi, che alla fine penso che sia un messaggio positivo, come è positivo vivere. Questa è la mia sensazione dell'esistenza: vivere anche di fronte a eventi gravi come la violenza, la malattia, o il carcere e questo non ha nulla di patetico. Anzi, la storia è permeata da quell'ironia che ho imparato frequentando le carceri lavorando per una decina d'anni com3e volontario con i detenuti. Lì s'impara una forma di ironia che non ti aspetteresti proprio, perché è una situazione estrema dove pensi solo che esista dolore, sofferenza... e invece scopri che gli uomini reagiscono a quella condizione-limite con un'immensa forza di carattere, non sempre consapevole, non sempre intelligente, ma dotata di un qualcosa che è vicino quasi all'allegria, Questa ironia, quest'allegria, questa voglia di vivere nonostante tutto è una forza che vale per tutti, anche per quelli che stanno fuori.

Il carcere
Perché ho un interesse per il carcere? Non c'è una volontà “missionaria” nella mia frequentazione del carcere. Io il carcere l'ho conosciuto molto per caso una decina d'anni fa, quando mi è stato chiesto di fare, nell'ambito di un corso di formazione professionale che c'era a San Vittore, di fare un paio di lezioni di montaggio cinematografico. Non sapevo niente del carcere. Entrando dentro ho scoperto invece un mondo che aveva poco a che fare con le chiacchiere e con i buoni sentimenti, un mondo estremamente vitale, tant'è vero che dopo quel corso ho continuato a frequentare il carcere come volontario. Qui ho conosciuto personaggi straordinari, veri intellettuali come i direttori che ho conosciuto, prima a San Vittore, poi alle Vallette di Torino, e poi l'umanità sorprendente dei detenuti che credo di aver frequentato senza romanticherie, senza mai pensare “poverini stanno in carcere”: poverini un accidente, c'è una responsabilità individuale nell'aver fatto certe cose, anche se il più delle volte è una responsabilità che ha a che fare con la “sfiga”. Uso questo termine banale e brutale ma davvero il 50% della gente che è in carcere e lì perché non ha trovato un altro posto nel mondo e il mondo non ha fatto niente per aiutarli a trovarlo.
C'è poi un'altra parte di carcerati, la criminalità vera, quella che convive con il male e che ovviamente è affascinante, ma anche lì io non ho mai pensato di andare a cercare di conoscere qualcosa che fosse diverso da me con quella prurigine un po' borghese tipica di quest'atteggiamento
Frequentando il carcere ho capito che l'essere prigionieri è un qualcosa di diverso dall'essere delinquenti. Sono due cose che sì, sono legate ma essere prigioniero è qualcosa di estremo come la malattia perché ti pone di fronte a una strada senza via di fuga e ti costringe a tirar fuori qualcosa che ti dia la forza di resistere. E per questo che i suicidi in carcere sono tanti, perché chi vive questa condizione spesso non regge. Ma quelli che reggono, e sono la maggior parte, riescono a farlo con una forza che è un'enorme lezione per noi che stiamo fuori. Dal carcere non impari quella “passione” per il crimine che la società coltiva con i gialli o i noir, che sono un corteggiamento di noi “regolari” nei confronti di questo mondo irregolare. Se vai dentro non ti confronti con questo, ti confronti con la materialità dell'essere umano in una condizione estrema e con la forza con cui questa viene affrontata, una forza che quelli che la hanno spesso non sanno neppure di averla.

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