Biografia I film Gli scritti Fotografie

Foto da galera

esposizione di fotografie da S. Vittore

Milano 2002. Il quarto e il quinto raggio del carcere di San Vittore vengono svuotati per procedere alla ristrutturazione di tutto il braccio. Davide Ferrario, che nel penitenziario lavora da alcuni anni con un gruppo di detenuti su progetti di documentazione audiovisiva, entra nelle sezioni deserte e, pochi giorni prima che tutto scompaia, fotografa i muri delle celle abbandonate. Il risultato è sorprendente. Sulle pareti di San Vittore, come dice l'autore, "per un attimo resta impressa non solo la disperazione, ma anche la speranza".

Nel 2006 vengono così prodotte una mostra (che ha esordito al Museo della Fotografia di Milano e successivamente alla Triennale) e un libro (ed. Mazzotta, con una nota di John Berger).

"Il carcere è quasi sempre un racconto gridato, porte che sbattono, serrature, ferro che scatta come una tagliola, vene gonfie: l'aria che diventa un urlo, o il fumo delle rivolte. Stavolta no. Le cento e passa fotogrfaie di Davide Ferrarrio sono puro silenzio, luce in polvere, sospensione.  Vengono dopo l'esodo degli otocento carcerati e prima degli imbianchini che ripulendo avrebbero cancellato, per sempre, queste sequenza da un mondo remoto. Vengono in coda alla ressa dell'ultima notte."
PINO CORRIAS, La Repubbblica

"E di tregua, in fondo, di una ricerca minima di conforto o di fuga momentanea all'orrore del vuoto, dentro e fuori di sè, si può parlare per queste commoventi e fragilissime Foto da galera. (...) Emblema di una drammatica comunanza, che non conosce altro spazio privato se non una porzione di intonaco tra una branda e l'altra. (...) Unica occasione di contatto desiderato tra corpi terreni e ultraterreni. (...) Tutti, allineati sul fondo tragico della parete, aprono un varco, la Madonna vicino a Marilyn Monroe, la Ferill assieme alla Dama dell'Ermellino, il figliol prodigo di Rembrandt e il modello di Prada, Cristo e Arafat."
LAURA LEONELLI,  Specchio di La Stampa

"Un'icona sessuale a fianco della Vergine. La Madonna e MArilyn Monroe posano su uno dei muri delle celle di San Vittore che il regista Davide Ferrario ha immortalato. (...) Come spesso accade in prigionia, elemento sessuale e religioso sono accoppiati: santini e modelle, crocifissi e calendari convivono nella stessa dimensione. Accade così che Marilyn e la Madonna diventino complici inconsapevoli di evasione."
MARTA SERAFINI, Il Corriere della Sera

"Ma cosa sono esattamente le fotografie scattate da Ferrario? Non documenti, anche se descrivono una realtà "altra": non assomigliano ai reperti raccolti da Lombroso, destinati alla bacheche del suo museo criminale. E neppure si tratta di un racconto, seppur visivo, della raccolta di testimonianze di vita, nonostante i micro-racconti che l'autore ha unito alle foto, quasi che percepisse che da sole non bastavano. L'occhio di Ferrario è ben allenato: è l'occhio di un regista che quando inquadra e scatta ha già in mente molte immagini fotografiche, cinematografiche, artistiche. Le fotografie esposte al Museo della Fotografia sono degli oggetti estetici. Il loro autore si è soffermato sui dettagli, ha  creato dei piccoli tableau , assai simili a quelli prodotti dagli artisti visivi all'inizio del XX secolo. Dada in carcere? Probabilmente sì."
MARCO BELPOLITI, Tuttolibri

"Le Foto da galera mostrano brandelli di cimeli, raramente centrati da inquadrature  che ne rendono l'inconsueta contiguità: mostrano liste della spesa sempre uguali; frasi scritte in arabo e l'italiana ironia di un "Muro del pianto" posto sotto gambe femminili abbronzate... (...) In un'etica ed un'estetica del distacco quasi naturalista l'occhio dell'autore è stato tanto discreto da compiere, più che una narrazione, un atto di notifica. Notifica dello sconfortante tentativo compiuto da chi è in galera di appropriarsi di uno spazio a cui non può far altro che adattarsi... per sedare l'horror vacui con ritagli e colla, con i ghirigori di una penna biro che diventano strumenti di autoipnosi"
SILVIA CONTI, Il giudizio universale

Una selezione delle immagini

 

Introduzione al catalogo
Durante l'estate del 2002, la direzione di San Vittore diede il via alla ristrutturazione del Quarto e del Quinto Raggio del carcere. In quel momento erano occupati da più di ottocento detenuti, contro una capienza prevista di 500. Si trattava di detenuti "giudiziari", vale a dire con condanna non definitiva o in attesa di giudizio. Le intenzioni di questo enorme trasloco erano ispirate a principi positivi: trasformare una struttura ottocentesca fatiscente e malsana in una galera moderna, con celle a bassa capienza e servizi igienici decenti (la normale dotazione di una cella per sei prevede attualmente un'unico locale largo un metro e venti e lungo cinque, che serve contemporaneamente da cucina, cesso e doccia). In pratica, lo spostamento dei detenuti diventò un esodo forzato nel quale i carcerati furono costretti, da un giorno all'altro, a sbaraccare le loro esistenze quotidiane per trasferirsi temporaneamente in altri istituti, spesso perdendo per un po' i contatti con la famiglia.

I due piani dei raggi rimasero vuoti e silenziosi. Chiesi alla direzione di poterli visitare.
Entrando, un pomeriggio di settembre, la sensazione che provai fu quella della scomparsa repentina di un popolo colpito da un cataclisma. In mezzo al corridoio erano buttate masserizie destinate al macero, stracci, casse, sedie, vestiti intrisi di umidità. Le celle erano deserte, i letti a castello di ferro nudi, senza materassi. Restavano i muri. Quelli non c'era stato né tempo né ragione di ripulirli. E i muri raccontavano un sacco di storie. Agli scrostamenti "naturali" portati dal tempo si sovrapponevano i graffiti, le scritte, i disegni, i collages, le invocazioni di generazioni di uomini sofferenti che erano passati di lì. Molte celle offrivano ingegnosi riciclaggi di pacchetti vuoti di sigarette e di pasta che andavano a formare l'arredamento personale di ogni letto, l'ultimo residuo di  privacy nel sovraffollamento. Sopra tutto, adesso, regnava il silenzio e l'immobilità. Sembrava davvero che un diluvio senza nome avesse cristallizzato lì i segni di una civiltà intera, facendo piazza pulita degli esseri che l'avevano prodotta.
Non sono un fotografo professionista. Ma il bisogno di fissare le immagini di quei muri mi prese immediatamente, quasi con angoscia. In quel luogo abbandonato sentivo che il carcere parlava, con un'unico, strisciante mormorio prodotto dalla sovrapposizione di mille e mille esistenze senza una faccia. Non stavo ascoltando Tino, Marcelo, Vincenzo, Kenya, Marco o una delle mie conoscenze di San Vittore - ciascuno con il suo volto, la sua storia e i suoi guai ma comunque con un rapporto personale con me. No, qui c'era il senso arcano della galera; del dolore e della ribalderia dei suoi abitanti.

Mi organizzai, chiesi il permesso di fotografare. Non mi portai dietro altro che la macchina. Non una lampada o un riflesso. Passai nei raggi abbandonati tutta una giornata, dalle nove di mattina fino a che non ci fu più luce per scattare. Due giorni dopo, l'impresa a cui era stato assegnato l'appalto per la ristrutturazione prese possesso dei locali. I muri che vedete in queste pagine scomparvero sotto le inevitabilmente giuste richieste della modernità e della decenza.

* * * *


Avevo cominciato a frequentare San Vittore due anni prima. Ero stato invitato a tenere una lezione al corso di montaggio e ripresa televisiva che la Regione organizza in carcere più o meno ogni anno.In treno, la mattina, pensavo a tutti i preconcetti, i luoghi comuni e le posizioni "politicamente corrette" che conoscevo a proposito dell'universo carcerario. Cercavo di prepararmi culturalmente all'esperienza.

Oggi, con molte altre visite dietro le spalle e il bel badge da volontario (sono un "articolo diciassette", secondo la termilogia lì in uso), continuo ad andare a San Vittore per due ragioni. La prima sono i detenuti del penale con cui, in questi anni, ho costruito un rapporto umano. (Mi sono arrovellato a lungo su queste parole, lettore, senza trovarne di migliori.  In che modo si può stabilire un "rapporto umano" tra un libero e un carcerato, senza cadere in pietismi pelosi e rimanendo ben consapevole della colpa che ha originato la pena?) La seconda ragione, che è in qualche modo già anche una risposta a questa domanda, è che il carcere serve a me . E' una sensazione che mi si è insinuata addosso fin dalle prime volte: Un po' romanticheggiante, all'inizio, poi via via sempre più chiara e lucida. Per un "regolare" (altro curioso termine del gergo),  frequentare la galera dà la misura reale della vita. Lontano dalla "libertà" dell'occidente consumista, la prigione ti sbatte davanti i tragici paradossi dell'umanità. E' - come la malattia - una condizione estrema in cui sei costretto a tirar fuori il meglio e il peggio di te, senza consolazioni ideologiche o la facile pretesa di "voltar pagina", senza quel delirio di libero arbitrio (il più delle volte fasullo) su cui si basa tutta la nostra vita quotidiana.

No, non penso affatto che in galera si sta bene (anzi) o che i detenuti sono più saggi di noi. Ma so che il dolore insegna. E dato che il dolore, fisico e morale, è il fantasma più aborrito dalla modernità, sono quelli che stanno in carcere che ci aiutano a capire meglio la nostra vita. E, forse, in questo processo, anch'io posso fare per loro qualcosa che non sia un pietistico "portare conforto". 

* * * *

La prima cosa che ti colpisce, dentro, è che in galera ci finiscono solo i poveracci. Certo, lo sai perché l'hai letto e perché  lo immagini. Ma il fatto è che si vede , con l'immediatezza e la forza di una immagine. Basta guardare i volti di quelli che incontri nei corridoi, o dietro le sbarre. Dei venti ucraini dell'altro giorno, ammanettati l'uno in fila all'altro. Reato? Furto di kilowatt. Si erano attaccati a un palo dell'ENEL per alimentare la stufetta e il fornello della casa abbandonata in cui vivevano.
Il concetto di "rifiuti della società" qui assume un significato letterale: si tratta di quelli che la società rifiuta. Tolta una percentuale fisiologica di veri criminali, il carcere serve a togliere dalla strada un problema sociale, a chiuderlo in una stanza e a buttare via la chiave, senza tentare di risolverlo. Esattamente come, una volta chiuso il sacco dell'immondizia, ci disinteressiamo della fine che fa. (Naturalmente la cronaca ci dimostra che il "problema immondizia" ci torna indietro come un boomerang: e così anche quello della devianza).

La galera è tremenda non tanto nella limitazione della libertà, ma nella privazione della dignità umana. Io comprendo che la società esiga - da chi commette un crimine - un "risarcimento". Non posso, per esempio, difendere la vittima di uno stupro e pensare insieme che lo stupratore non meriti una punizione. Ma la punizione, se si limita al carcere così com'è, non solo è inutile, perchè non serve a recuperare nessuno: è stupida, perchè si mette sullo stesso piano del delinquente. Questo lo vediamo bene nella società americana e in tutte quelle che prevedono la pena capitale (Cina compresa): dove peraltro la delinquenza non diminuisce certo in rapporto alla durezza delle pene.
Ma se la detenzione è una punizione comprensibile, quello che nessun codice o legge prevede sono le condizioni di abbrutimento che il carcere genera. La privazione della libertà si trasforma presto in privazione degli affetti, dei sentimenti, delle relazioni, dei pensieri, delle speranze. In queste condizioni parlare di "recupero" del detenuto è ridicolo. Il carcere, questo carcere non esiste altro che per giustificare se stesso (i primi a dirlo sono quelli che le dirigono, le prigioni).
Il detenuto diventa una specie di naufrago in balia di forze autoritarie e oscure. Non è un caso che - ai tempi di Tangentopoli - tanti borghesi imprigionati abbiano tentato il suicidio (talvolta riuscendoci, come Gabriele Cagliari). Il carcere spazza via le finzioni e le ipocrisie benpensanti: resti solo con te stesso. E certe volte si tratta di un peso insopportabile.
Perciò mai come oggi è stato vero che in carcere "si langue".

Quel giorno di luglio del 2002, tutto questo mi è sembrato all'improvviso prendere forma sui muri di San Vittore. Confesso di non aver mai avuto il coraggio di fotografare la faccia di un detenuto: mi sembra che l'esposizione del dolore personale sia un ulteriore furto, un'altra beffa. Ma le donnine di carta stracciate, le liste della spesa, i messaggi scritti a se stessi, le improbabili carte geografiche annerite con l'accendino raccontavano le storie dei loro autori meglio di qualunque immagine neorealista.
Alla fine, per un momento, su quei muri stava appesa non solo la disperazione, ma anche la speranza.